set 22, 2011
14 dicembre: il cortocircuito romano. A chi faceva comodo?
Non c’è nulla fare: in Italia o sei guelfo o sei ghibellino. E allora anche nelle analisi post scontri del 14 dicembre a Roma è andato in onda il festival del luogo comune e come per magia ecco tornare il famigerato blocco nero e, ovviamente, gli ultras. Qui da noi, purtroppo, si fa così: si ragiona per stereotipi e definizioni preconfezionate. Se poi, per caso, si vuole addirittura mettere in discussione la gestione dell’ordine pubblico o denunciare i soprusi delle forze dell’ordine, allora è pronto il plotone d’esecuzione: evidentemente nella società dell’insicurezza e dalla paura montata ad arte, non si può incrinare la certezza certa, il dogma dei dogmi, l’undicesimo comandamento, ovvero che chi porta la divisa non può sbagliare. Forse, invece, la realtà dovrebbe essere che non deve sbagliare. E che se qualcuno commette uno sbaglio deve necessariamente pagare per l’errore fatto perché in quel momento non è solo un semplice cittadino, ma rappresenta lo Stato intero. A tutto questo però ci arriveremo strada facendo. Intanto, la prima domanda: cos’è successo a Roma il 14 dicembre? Forse, a distanza di qualche giorno, si può ragionare a mente fredda e soprattutto la scelta nello scrivere questo articolo è quella di non cadere nella solita impasse guelfo-ghibellino.
Quel martedì pomeriggio nella Capitale c’è stato un cortocircuito che da una parte ha oscurato i motivi della protesta, regalando prime pagine sui danni fatti durante gli incidenti, ma dall’altra ha portato all’attenzione nazionale la rabbia e la frustrazione di giovani precari, studenti e ricercatori che non trovavano risposte nei Palazzi. Un cortocircuito perché forse, fino in fondo, nessuno si aspettava quello che poi è accaduto: il movimento aveva organizzato nelle ultime settimane la manifestazione con slogan che facevano ben presagire la volontà di farsi sentire in maniera radicale. Ma le stesse forze dell’ordine hanno permesso (a chi faceva comodo?) che la guerriglia urbana arrivasse proprio accanto ai simboli del potere. Quello che non è stato mai detto è che, forse, in un’altra Nazione il questore di Roma avrebbe dato le dimissioni invece di ricevere i complimenti dal ministero degli Interni. E ancora, che la guerriglia urbana ha avuto solo l’effetto di annullare la solidarietà dai semplici cittadini che hanno vissuto qualche ora di panico. Eccolo il cortocircuito: forze dell’ordine che hanno permesso a un corteo “militarmente” preparato di arrivare nel pieno centro di Roma, ala radicale del movimento pronta allo scontro e soprattutto centinaia di giovani non inquadrabili dietro a una sigla o a un gruppo a dir poco arrabbiati. E la guerriglia urbana è servita. Pochi giorni prima anche a Londra il movimento degli studenti ha assediato i luoghi simbolo del potere e anche lì ci sono stati violenti scontri, addirittura, è stata attaccata la macchina del principe Carlo. Quali sono le differenze tra Italia e Gran Bretagna? Da noi si è cercato di affrontare il disagio giovanile e studentesco come un mero problema di ordine pubblico, mentre il premier conservatore David Cameron ha detto che si doveva aprire al dialogo anche con l’ala più radicale dei manifestanti.
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Mirko Inglese
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