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La triste histoire de un nouvelle Cabrini

La triste histoire de un nouvelle Cabrini

oct. 10, 2011

L’articolo di questo mese (da Supertifo n°11, marzo 2011) è dedicato ad Andrea Fortunato, una delle giovani promesse del calcio italiano (paragonato come stile di gioco ad Antonio Cabrini) che a causa di una leucemia ci lasciò alla giovane età di 23 anni. Questa è la sua storia, una delle tante del nostro calcio italiano, macchiata dal sangue.
Andrea Fortunato nasce a Salerno il 26 luglio 1971 e intraprende la carriera sportiva grazie ad un abile talent scout, Alberto Massa, che insieme a tantissimi altri giovani promesse, lo convince a seguirlo nella Giovane Salerno, squadra dilettantistica che da molti anni si era trasformata in un vivaio giovanile per squadre di calibro come Torino, Cesena, Empoli, Napoli e Como.
Sandro Vitali lo volle nel Como, dove segue tutta la trafila delle giovanili fino a debuttare in Serie B, il 22 ottobre 1989, a Pescara a 18 anni. Andrea diventò presto titolare del Como di Bersellini che nella stagione ’90-’91 perse lo spareggio promozione contro il Venezia in serie C1. Era evidente che fosse un campione in erba, tanto che dalla C1 venne comprato dal Genoa in Serie A pagandolo bel 4 miliardi di vecchie lire. Un forte investimento voluto dal presidente Spinelli che mirava a ringiovanire la rosa dei
rossoblù in piena zona europea.
Nel ’91-’92 Andrea dovette accontentarsi di un anno di purgatorio in Serie B a Pisa a causa di una concorrenza pesante in casa genoana chiamata Claudio Branco. L’anno seguente tornò a Genova con la benedizione di mister Giorgi che lo mise al posto del campione del mondo brasiliano e in coppia con un altro giovane terzino alla ribalta di nome Cristian Panucci. Quel primo anno di A fu strabiliante con tanto di gol salvezza all’ultima giornata a Marassi contro il Milan di Papin.
Nel 1993 arriva a Torino, sponda bianconera, per ben 12 miliardi con la speranza di diventare il miglior terzino sinistro italiano e non far rimpiangere l’indimenticabile Cabrini. Trapattoni gli diede il numero 3 e ben presto arrivò anche la convocazione in Nazionale per il match contro l’Estonia.
Al primo anno bianconero, Andrea non lasciò un bel ricordo, il Trap si dimise dopo aver perso lo scudetto e dopo esser stato eliminato in UEFA dal Cagliari. Proprio Fortunato fu tra i giocatori contestati dalla tifoseria in quanto strapagato e sopravvalutato per le prestazioni offerte durante l’annata.
Andrea non riuscì a continuare quel sogno a causa di quella perenne febbre che lo rendeva stanco, sempre più debole, fino alla scoperta della tragica verità. Fu Bettega a informare ufficialmente che quel giovane ragazzo di Salerno era gravemente malato. Leucemia acuta e fulminante che lo portò via alla giovane età di 23 anni.

Anagraficamente parlando, Andrea Fortunato rientra tra le morti sospette del nostro campionato di calcio.
A distanza di anni resta l’amarezza in bocca per la storia umana di questo ragazzo ma soprattutto per l’inconcludente risultato scientifico. Le terapie non poterono evitare la complicazione infettiva che costrinse l’equipe ematologica di Perugia ad un ricovero d’urgenza il 23 aprile, due giorni prima del decesso.
Con la sua morte, Andrea ha lasciato un messaggio importantissimo: la speranza di futuri trapianti di midollo da parte di donatori non compatibili.

L’ultima intervista nel marzo 1995:

C’è un momento, durante i mesi della malattia, che ricordi con particolare intensità?
«L’uscita dall’ospedale a Perugia, dopo il secondo trapianto; non mi sembrava vero, vedevo diverse tutte le cose, mi parevano straordinarie anche le più insignificanti. Non immaginavo quanto potesse essere meravigliosa anche una semplice passeggiata».
Cosa insegna la malattia? «Che nella vita c’è di peggio di uno stiramento che ti tiene fuori dal campo per due settimane. Che ogni giorno muoiono bambini leucemici senza che nessuno lo sappia e senza che si possa fare nulla. Che in Italia abbiamo i migliori medici del mondo; a Perugia vengono ad imparare le nostre tecniche dall’America, da Israele, dalla Francia. Però, le strutture sono quelle che sono, mancano gli spazi, c’è gente in coda da mesi per un trapianto. Bisogna donare il midollo, senza paura, perché questo salva la vita agli altri e da senso alla tua».
Il tuo sogno? «La leucemia mi ha insegnato a non fare progetti a lunga scadenza e neppure a media; non per paura, ma per realismo. La prima volta che programmai il ritorno a Torino, mi alzai la mattina con la febbre; nulla di grave, per fortuna, ma ci rimasi male. Vivere alla giornata non è una sconfitta, semmai un modo per apprezzare davvero la vita in ogni attimo, in ogni sfumatura. È quello che farò».

Ciao Andrea!

di Valerio Ghironi
fai il download dell’articolo su Andrea Fortunato da Supertifo n°11

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